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Premio Zucchelli

   


“Quando natura e società vivranno nell'aula scolastica, quando le forme e gli strumenti didattici saranno subordinati alla sostanza dell’esperienza, allora sarà possibile operare questa identificazione, e la cultura diventerà la parola d'ordine della democrazia.”
 
Riprendere le riflessioni di John Dewey oggi non vorrei che sembrasse uno sterile ritorno al passato, a considerazioni pedagogiche legate a un tempo e a una società ormai percepibili solo attraverso la distanza storica. Inevitabilmente inattuali, perché legate a un mondo novecentesco, definitivamente archiviate, irrimediabilmente anacronistiche.
Al contrario, formulare qualche considerazione a ruota libera sul senso odierno del Premio Zucchelli trova nelle parole del filosofo e pedagogista statunitense più di uno spunto di riflessione. Per esempio nell’intimo legame che arte ed esperienza devono consolidare per improntare un percorso formativo sui principi di una società giusta e democratica. Prospettiva nella quale la sua pedagogia attiva non poteva che incarnarsi nel dimensione del “laboratorio”, luogo in cui la conoscenza si coniuga con l’esperienza della progettazione e della produzione creativa; in cui il “saper fare” diventa la sola chiave per intraprendere percorsi di indagine e di sperimentazione nei linguaggi della contemporaneità.
Cultura, Esperienza, Democrazia, non sono quindi parole spese in maniera inappropriata in riferimento all’opera meritoria intrapresa da Carlo, Carolina, Bianca e Santina Zucchelli, che attraverso l’omonima Fondazione hanno saputo offrire, nell’arco di oltre mezzo secolo, pari opportunità a quei giovani talenti privi di mezzi economici sufficienti. Borse di studio che si ottengono, se vincitori del premio, al termine di un percorso articolato, sviluppato su più giorni, che portano il candidato alla realizzazione di un progetto creativo completo. Più di un’opera, un vero “laboratorio d’esperienza” che trova nell’arte e nella musica il suo linguaggio espressivo.
È il senso di una scommessa pedagogica vinta perché, ancora una volta, non separa mai l’atto creativo dalla capacità di misurarsi con il mestiere, inteso nell’accezione  che Walter Gropius inserisce nel Manifesto del Bauhaus, ovvero di esemplare bagaglio di conoscenze, esperienze e tecniche:
“Tutti noi architetti, scultori, pittori dobbiamo rivolgerci al mestiere. L’arte non è una professione, non v’è differenza essenziale tra l’artista e l'artigiano. In rari momenti l’ispirazione e la grazia dal cielo, che sfuggono al controllo della volontà, possono far sì che il lavoro possa sbocciare nell’arte, ma la perfezione nel mestiere è essenziale per ogni artista. Essa è una fonte di immaginazione creativa”.
E nonostante all’origine il premio avesse focalizzato sulla Pittura, sulla Musica e il Canto l’ambito entro cui circoscrivere l’orizzonte creativo dei candidati dell’Accademia di Belle Arti e del Conservatorio di Musica, i vincoli iniziali non hanno mai limitato i territori nei quali i partecipanti potessero condurre la propria personale esplorazione tecnica, linguistica, formale e stilistica. 

Enrico Fornaroli
Direttore Accademia di Belle Arti